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sabato 26 maggio 2018

UN MANIGOLDO PER GENERO - 2° STAGIONE - 20° PUNTATA - di Ambra Tonnarelli



Diversi mesi trascorsero e Alex ed Elizabeth finalmente si traferirono nella loro nuova casa, la cui ubicazione rimase top secret, tranne che per pochi intimi. Il piccolo Cody cresceva sano e forte, sempre più canaglia, sempre più uguale ad Alex. La coppietta aveva fatto costruire anche altre due case lì vicino. Una per i genitori di Elizabeth e l’altra per Sarah, che per la prima volta nella vita aveva conosciuto un po’ di serenità e felicità, circondata dall’affetto di suo figlio e di una vera famiglia. Il secondo album della band si rivelò un capolavoro all’altezza del primo, se non di più. Il successo della band aumentò esponenzialmente fino a raggiungere la fama mondiale in breve tempo. Nonostante ciò, i ragazzi non si erano mai montati la testa, né avevano messo su aria da grandi divi. Continuavano a condurre una vita semplice come dei comuni ragazzi scapestrati e combinaguai, capitanati dall’onnipresente carisma di Alex, carisma che sembrava aver tramandato anche al piccolo Cody. I ragazzi riuscirono anche a mantenere al sicuro, pur se con grandissime difficoltà, la loro privacy. Allo stesso tempo, però, mantenevano sempre un contatto molto attivo con i loro fan, rendendosi più che disponibili sui social network e organizzando spesso incontri con loro. Dopo solo pochi mesi dall’uscita del secondo album, la band partì per un tour mondiale. Elizabeth danzò come ballerina ufficiale della band, portando con sé i ballerini più originali ed espressivi del corpo di ballo della scuola, Emile compreso. Emile, che dopo tanto patire, aveva finalmente trovato la sua anima gemella, anche lei ballerina per la band. Musica rock e balletti classici, un mix che mandò il pubblico in delirio. Il piccolo Cody partì in tournée con mamma e papà e si conquistò subito il titolo di beniamino della compagnia. E colpo di scena! Prima della spaventosa scadenza di un anno dal lancio del famoso bouquet di Elizabeth nel giorno del suo matrimonio, Edward era convolato a nozze con Sandy, subendo le prese in giro di tutti. E anche loro erano in attesa del primo figlio. Inutile commentare le battute di Alex verso il suo amico, incastrato e felice.


UN PAIO DI ANNI DOPO

Il successo della band era ormai cresciuto alle stelle e il loro talento li aveva portati a tempo di record a far parte della storia della musica. I ragazzi erano rimasti sempre i soliti casinari e Alex era rimasto sempre una gran canaglia, anzi forse era anche peggiorato. Continuava a combinare i suoi soliti casini con la legge, come se avesse ancora avuto sedici anni e la sua strafottenza non era migliorata di una virgola. Elizabeth era sempre più bella e radiosa, felice e innamorata accanto al suo Alex, innamorato pazzo quanto lei. E Cody... Beh, a nove mesi già diceva mamma e papà! All’età di neanche tre anni, era già una vera peste bubbonica a tutti gli effetti. Era un bambino a dir poco geniale, con una vivacità fuori del comune, figlia di un’intelligenza smisurata. Era un diavoletto scatenato, furbo e scaltro come il padre, da cui aveva ereditato tutto, carisma compreso. Si faceva sempre voler bene da tutti. La band aveva già sfornato altri due album e si preparava per il secondo tour mondiale.
Un giorno come tanti, Cody era a casa con suo nonno, che nel frattempo non aveva smesso di lavorare. Amava ancora il suo lavoro come commissario.
Albert teneva in braccio il piccolo Cody, quando questo afferrò al volo, mentre passava, il telecomando della tv appollaiato su un mobile in alto, lontano dalla sua portata, e la accese.
“Nonno! Guarda! Ci sono mamma e papà alla tv!” esclamò entusiasta.
Albert si girò di scatto. Il nuovo video musicale della band veniva già trasmesso in rete mondiale. Il video, seguendo passo-passo il tema della canzone, un pezzo rock buffo e scatenato, narrava di un ragazzo scapestrato e combinaguai, interpretato dallo stesso Alex, e di una ragazza dolce e delicata, interpretata da Elizabeth, che si innamoravano. Ma ciò che rendeva il video e la canzone completamente inediti e straordinariamente buffi era l’introduzione della figura di un poliziotto, interpretato da un uomo molto somigliante ad Albert, alle prese col giovane manigoldo dai capelli rossicci e dagli strani tatuaggi. Le rocambolesche scene d’inseguimento di cui Alex e Albert si erano resi protagonisti un paio d’anni prima erano state ricreate alla perfezione.
“COOOOOOSA????????” si innervosì Albert, quando vide il video che lo derideva spudoratamente.
Divenne paonazzo, rosso di rabbia, con gli occhi fuori dalle orbite come i vecchi tempi. Sembrava che stesse esplodere da un momento all’altro, ma il primo a esplodere, in realtà, fu il piccolo Cody, le cui risate rimbombarono in ogni dove della casa, andando quasi a disintegrare i delicati timpani di Albert.
Albert prese un bel respiro e con sua grande sorpresa sentì i nervi allentarsi e rilassarsi. Quasi ne fu divertito anche lui. Scosse la testa con fare rassegnato, prima i lasciarsi sfuggire un commento sinceramente carino di apprezzamento su Alex.
“Ma tu guarda che simpatica canaglia!”


sabato 19 maggio 2018

UN MANIGOLDO PER GENERO - 2° STAGIONE - 19° PUNTATA - di Ambra Tonnarelli



Albert stava guidando verso casa. Accanto a lui, Sarah Carlwright, la madre di Alex. Se ne stava lì, seduta in silenzio a rimuginare pensierosa sul figlio. Era preoccupata. Altamente preoccupata. Il fatto che suo figlio avesse accettato di vederla non significava certo che l’avrebbe accolta a braccia aperte e che l’avrebbe rivoluta nella sua vita. Non era stata una buona madre per Alex, sempre troppo paurosa, sempre troppo remissiva nei confronti del marito. Non aveva mai trovato il coraggio di proteggere Alex dalle violente sfuriate di suo padre, né di lasciare quell’uomo infimo e crudele. E questo la faceva sentire un verme. Che razza di madre era una che per terrore rinunciava a difendere e proteggere la propria creatura? Era stata viscida e ora lo sapeva. E ne stava pagando le conseguenze.
“Non si preoccupi, signora. Alex è una gran testa calda, ma ha un cuore d’oro”, le disse Albert, avendo colto i suoi taciti timori, andando così a spezzare il silenzio che li circondava.
“Lo so. Ma è troppo arrabbiato con me. E ha ragione. Sono stata una pessima madre per lui. Ho sbagliato tutto nella mia vita e ora me ne pento. Ho permesso che la paura mi privasse di mio figlio. Del mio tesoro più prezioso. Alex ha ragione, se non mi vuole più nella sua vita”, si disperò Sarah.
“Non dica così, signora. A tutto c’è un rimedio. La sua è sempre stata una situazione complicata con un marito del genere in casa. Difficile dire come sia meglio affrontare la situazione. Nessuno può giudicarla per come ha agito. E non si preoccupi tanto per la faccenda di Alex. C’è Elizabeth.”
“Grazie, Commissario”, gli disse Sarah con gli occhi languidi.
“Di nulla, signora. Dovere.”
L’auto ripiombò nel silenzio. Nonostante le oneste e gentili parole di Albert, nonostante il suo conforto da padre-poliziotto, i dubbi e i timori di Sarah permasero, continuando a tormentarla come spettri.
Albert accese la radio per smussare un po’ la tensione e non appena selezionò la sua stazione preferita, si ritrovò ad ascoltare la canzone dei Troublemakers.
“Oh mio Dio! E’ la canzone della band di Alex!” esclamò Sarah, portandosi commossa la mano al petto. Ascoltare quella canzone costituiva per lei un dono ogni volta. Il video, poi, l’aveva conquistata. Estasiata.
“L’ha scritta Alex per conto suo. Per mia figlia, Elizabeth”, le disse Albert.
Sarah si asciugò una lacrima per la commozione e rimase in silenzio ad ascoltare la canzone, così come fece Albert. Si godettero il capolavoro di Alex e la sua band senza profanarlo con parole inutili.
Poco dopo, Albert parcheggiò nel giardinetto di casa sua e la canzone era terminata da poco. Aiutò con garbo Sarah a scendere dall’auto, porgendole la mano come un vero gentiluomo. Sarah l’afferrò e si lasciò confortare dalla sua stretta salda e rassicurante. I due s’incamminarono verso la porta d’ingresso, l’ansia che cresceva sempre più.
“Prego signora, si accomodi” disse educatamente Albert alla madre di Alex, spalancando l’uscio.
Non appena entrarono in casa, i due vennero raggiunti da schiamazzi e risa provenienti dal soggiorno. Un gran casino, insomma!
“Sente, signora? Questi sono Alex ed Elizabeth che giocano col bambino”, puntualizzò Albert.
La madre di Alex non riuscì a commentare tutto quel casino, un po’ perché conosceva bene suo figlio e sapeva quanto fosse rumoroso e contagioso e un po’ per la grande emozione. Sentiva il cuore martellarle insistentemente contro il petto, forte, con violenza. Le stava togliendo il respiro.
“SALVE CAPO!” li raggiunse la potente voce di Alex, immemore del fatto che sua madre fosse già all’ingresso con Albert.
“CIAO PAPA’!” si unì gioiosa Elizabeth, accompagnata dall’onnipresente risata del piccolo Cody.
“GUARDI, CAPO!” gridò Alex, sollevando in aria il bambino dal divano, che dava le spalle all’ingresso, per mostrarlo ad Albert.
Alex gli aveva messo una tutina fatta appositamente per lui col logo della band stampato sul pancino, accompagnato da bandana e braccialetti stile rock, ma in formato bambino.
“Povero piccolo”, sospirò Albert alla signora, della cui presenza ancora nessuno si era accorto.
Quando Alex era con suo figlio ed Elizabeth, non c’era mai per nessun’altro.
Non appena aveva sentito la voce di suo figlio, Sarah si era portata una mano al petto, incredula che Alex fosse davvero in quella casa. Quella voce così familiare che tanto le era mancata!
“Alex, smettila di fare il deficiente col bambino e vieni qui!” lo chiamò Albert a vecchio stile.
“Arrivo, Capo, arrivo!”
La svogliatezza nella voce di Alex nel rispondere ricordò a Sarah quando suo figlio era solo un bambino dispettoso che rispondeva a tono ogni qualvolta gli venisse chiesto di fare i compiti. Alex si trascinò controvoglia verso l’ingresso, da dove sua madre non era riuscita a muovere un solo passo. Alex rabbrividì, quando la vide con Albert. Si era completamente dimenticato che l’avrebbero avuta a cena. Tremava spaventato, proprio come quando era piccolo e suo padre stava per picchiarli entrambi. I suoi demoni tornarono all’improvviso a galla, vivi come se fossero nati allora. E sua madre aveva il suo stesso sguardo, terrorizzata dal fatto che Alex la mandasse via in malo modo. Fu Alex a trovare nel suo terrore la forza e il coraggio per rompere il ghiaccio e parlare per primo.
“Ciao mamma”, le disse in un mix di freddezza e timore.
A Sarah si sciolse il cuore, anche se sapeva bene che si trattava solo di un formale saluto. “Ciao tesoro”, gli rispose col cuore martellante in gola, la voce sottile come quella di una gattina impaurita e abbandonata.
Avrebbe voluto dirgli un’innumerevole lista di cose, ma ogni singola parola che tentò di pronunciare le morì in gola.
“Che cosa vuoi?” le chiese freddamente Alex, dal momento che sua madre non si decideva a parlare.
“Alex... Mi dispiace tanto”, fu l’unica cosa che riuscì a dire tra le lacrime.
“Mi dici per favore che vuoi?” Alex si stava alterando. Rimaneva freddo e impassibile e la sua voce gelante e priva di sentimento valeva più di cento parole gridate con cattiveria a squarciagola.
“Chiederti di perdonarmi.”
“Ah, sì? E’ un po’ tardi. Non credi, mamma?”
“Mi rendo conto che è tardi, che avrei dovuto lasciare tuo padre quando eri solo un bambino e non adesso che sei grande e...”
“Aspetta! Come? Hai lasciato mio padre?” La gelida voce di Alex iniziò a riacquistare un pizzico della sua espressività naturale.
“Sì. Abbiamo avuto un litigio molto violento dopo che ti abbiamo visto alla televisione. Rinnegava che fossi tu, diceva che eri la sua vergogna e la sua disgrazia. Io, invece, non sono riuscita a trattenere le lacrime dalla commozione, sapendo che sei arrivato dove volevi arrivare sin da piccolissimo. Ho continuato a ripetere quanto fossi fiera di te e lui si è infuriato. Mi ha quasi uccisa, questa volta. L’ho colpito in testa per difendermi e sono fuggita a cercarti. Avrei dovuto farlo molto tempo fa e mi dispiace di non aver mai trovato il coraggio di farlo. L’ho denunciato. Per tutto quello che ci ha fatto. E’ in carcere adesso, per quanto ne so.”
Alex fissò sua madre con le lacrime agli occhi, felice che finalmente suo padre avesse avuto la punizione che da tempo meritava. Senza dire nulla, Alex si avventò su sua madre e la abbracciò forte come mai prima di allora. Piansero. Piansero tanto e insieme.
“Perdonami, Alex”, gli sussurrò tra le lacrime, mentre lui la abbracciava.
“Ti perdono, mamma. Mi sei mancata tanto!” si sciolse Alex, tornando il ragazzo dal cuore d’oro di sempre.
“Anche tu mi sei mancato. Lo sapevo che ci saresti riuscito!”
Quando si staccarono dall’abbraccio, Alex la fece accomodare in soggiorno.
Elizabeth si alzò in piedi, col bambino in braccio e sorrise nel vedere Alex sorridere.
Alex si mise al suo fianco e la strinse a sé per la spalla. “Mamma, lei è Elizabeth, mia moglie, la mia dolce fatina.”
Sarah ed Elizabeth si sorrisero gioiosamente, senza bisogno di parlarsi.
“E questo è Cody, nostro figlio”, riprese Alex.
Elizabeth si avvicinò a Sarah e le mostrò il bambino. “Mio Dio! E’ bellissimo. E’ identico ad Alex quand’è nato.”
Sarah si commosse infinitamente. Le sembrò di tornare indietro nel tempo, quando Alex era ancora in fasce e lei si prendeva cura di lui. Un’emozione impossibile da descrivere a parole. Un’emozione forte. Fortissima.
Elizabeth glielo porse, permettendole di tenerlo in braccio. La donna si sentì nascere due volte. Una perché aveva riabbracciato il suo Alex e l’altra perché ora tra le braccia aveva il figlio di Alex.
“Buonasera!” li raggiunse allegra Hilary, che era rimasta in cucina a preparare le cena. “Sono Hilary, la moglie di Albert”, si presentò.
“Salve, sono Sarah, la madre di Alex”, ricambiò lei, porgendo il bambino tra le braccia di Alex, che non vedeva l’ora di riprenderselo.
“Si vede! Benvenuta! La cena è in tavola. Andiamo?”
“Hai sentito, Cody! E’ l’ora della pappa!” si rallegrò Alex, facendo il solletico al piccolo sul pancino.
“No, per lui è l’ora della nanna. Lo porto di sopra”, lo freddò Elizabeth, ridendo.
Alex ignorò istintivamente il suo stomaco vuoto e borbottante. Non riuscì a far a meno di seguire sua moglie per le scale e dar la buona notte al figlio.
“E’ proprio dolce tua madre”, commentò Elizabeth una volta in camera, mentre riponeva Cody nella culla e gli rimboccava le copertine col suo tocco di colomba.
Alex le si avvicinò e iniziò a baciarle il collo. “Da qualcuno devo aver pur preso, no?”
Elizabeth sorrise e si lasciò un po’ coccolare da lui. “Ti amo, Alex”, gli sussurrò, girando la testa verso di lui per baciarlo.
“Anch’io ti amo, Elizabeth. Anch’io”, le rispose Alex, mentre la riempiva di appassionati baci e calde carezze.
“Forse dovremmo scendere, prima che pensino male”, gli fece notare Elizabeth.
“E tu lasciali pensare.”
Alex continuò indisturbato a baciarle sensualmente il collo. Non era affatto cambiato dal giorno in cui si erano conosciuti.
“Sei sempre il solito, Alex! Dai scendiamo, ché aspettano solo noi per mangiare. Ne riparliamo più tardi!” lo spinse delicatamente via Elizabeth, lanciandogli un perspicace occhiolino tutto-dire.
“Non vedo l’ora, amore!”
La voce sensuale di Alex e i suoi espressivi ed eloquenti sguardi le facevano girare la testa, proprio come la sera in cui si erano conosciuti. Si ricordò di come le avesse battuto forte il cuore quando lo aveva visto... E ora era sua moglie.
I due ragazzi si decisero molto a malincuore a scendere.
La cena passò serenamente. Alex raccontò a sua madre ciò che aveva fatto in tutti quegli anni, di come si era fatto strada a forza di lavoro e intelligenza nel mondo della musica, di come aveva conosciuto Elizabeth e di come lei lo ispirasse quotidianamente, senza tralasciare il fatto che la loro canzone di debutto, Alex l’aveva scritta per lei tutta da solo. E non tralasciò i piani per il futuro. “Ci stanno costruendo casa, mamma e finché non sarà pronta, vivremo qui, così anche i nonni si godono un po’ il nipotino. Questo è il posto più sicuro dai fan, siamo riusciti a mantenere segreto il luogo della nostra abitazione e del nostro nuovo studio di registrazione. Abbiamo dovuto cambiarlo perché i fan non facevano altro che assediarci lì. Abbiamo organizzato diverse sessions per autografi e meet-and-greet per sentirceli più vicino al di fuori della nostra sfera privata. I nostri fan sono molto speciali, perché ci amano proprio perché noi siamo così. Uscire per strada sta diventando complicato, ma noi continuiamo a cavarcela sempre bene. Vero, Capo?”
“Già... Tu e quella dannata moto, Alex. Ieri un’altra multa per eccesso di velocità!”
Elizabeth quasi si strozzò col boccone dal ridere.
“Su via, Capo, non la faccia tanto lunga! La notte c’è il bambino che piange e non ci fa dormire! Io, la mattina, mi sveglio tardi e ho mille cose da fare! Quindi corro!”
Sarah rise a crepapelle. “Mio Dio, Alex! Hai ancora sedici anni!”
“Sempre, mamma!”
Le risate rimbombarono per tutta la casa, serene e felici. Tranne quella di Cody, che con tutto quel baccano si svegliò e iniziò grintosamente a protestare e piangere.
“Vado io!” si alzò Elizabeth.
Alex la seguì di nuovo. Non riuscendo più a riaddormentarlo, lo portarono giù con loro. Sarah rimase sorpresa e conquistata dal modo in cui Alex si prendeva cura di suo figlio con Elizabeth. Non sembrava neanche lo stesso ragazzo scapestrato quale era sempre stato. Con Cody ed Elizabeth, Alex si trasformava radicalmente. O forse no. Forse riusciva a tirare fuori la parte più nobile di sé dai più profondi meandri del suo cuore. La sua infanzia deformata e sconvolta non gli avevano mai permesso di esplorare quella dolce e tenera parte di sé. Nemmeno Sarah, che era sua madre, aveva mai conosciuto faccia a faccia la sua empatia e la sua sensibilità.
Alex in realtà era un ragazzo dolcissimo, pieno di valori, sensibile... E un artista. Non avrebbe potuto essere diversamente. Alex ed Elizabeth furono concordi nell’invitare Sarah a restare da loro piuttosto che in albergo. Aveva bisogno di stare un po’ con suo figlio, di godersi il nipote e conoscere a fondo la ragazza che aveva conquistato il cuore di Alex. Doveva senz’altro essere una ragazza speciale.
Alex ed Elizabeth salutarono presto e si ritirarono in camera. A forza di cullare, ninnare e sussurrare dolci canzoni nell’orecchio del piccolo, riuscirono a farlo riaddormentare.
“Finalmente dorme”, confermò sotto voce Elizabeth, mentre finiva di rimboccargli la copertina.
“Già... Finalmente soli!” le si avvicinò Alex, iniziando da dietro a baciarle sensualmente il collo, come se volesse riprendere da dove aveva lasciato prima di cena.
Elizabeth si lasciò completamente andare alla sua passionalità. Come la prima volta che si erano incontrati. Elizabeth si voltò per baciarlo sulle soffici labbra calde, baci che Alex non rifiutò di certo, andando sempre più ad accenderli con il fuoco ardente della passione che nascondeva dentro. Alex iniziò a farle scorrere le mani lungo la schiena, facendole salire i brividi a mille. Era davvero tanto che non trascorrevano alcuni momenti di passionale intimità insieme ed entrambi ne sentivano il bisogno. Elizabeth si fece delicatamente stendere sul letto da Alex e se lo trascinò sopra di lei.
“Shh... Facciamo piano o sveglieremo di nuovo Cody!” gli sussurrò a stento Elizabeth, mentre Alex le baciava il collo e le accarezzava le gambe.
“Hai ragione, amore! Sennò chi lo sente!” esclamò Alex sotto voce.
Elizabeth tentò di soffocare una risata, mentre Alex iniziò a spogliarla. E lei fece altrettanto. Elizabeth cominciò a sfilargli i pantaloni, quando un sonoro pianto li interruppe bruscamente.
“Oh no! Il bambino! Mi sa che ha fatto qualche bisognino addosso, non stavamo facendo rumore!” protestò Elizabeth, facendo quasi per alzarsi.
Ma Alex restò sopra di lei, per non farla muovere. “Lascialo piangere per un po’! Smetterà! Vieni qui” la bloccò lui con un tono così sensuale da persuaderla a dargli retta, quel tono così carismatico tipico della sua personalità unica e originale, a cui lei non sapeva resistere.
“Hai ragione, Alex. Sono tutta tua!”
Elizabeth riprese indisturbata a sfilargli i pantaloni, mentre Cody continuava a protestare, gridando sonoramente.
“MA INSOMMA CHE SUCCEDE QUI? LO FATE SMETTERE QUESTO BAMBINO O NO?” gridò all’improvviso Albert, spalancando senza preavviso la porta. Facendo così un’imbarazzante, indesiderata, ma gradita irruzione.
“Ma papà!” protestò Elizabeth, indignata.
“Salve Capo! Non si bussa?” lo prese in giro Alex, con tono assai seccato.
“Che cosa diavolo state facendo?”
“Secondo lei, Capo?”
“Ma quel bambino piange! Ha svegliato tutti quanti! Insomma lo guardate o no? Siete proprio senza pudore!”
“Senta, Capo, eh! Non rompa tanto le palle! Avremo pur diritto a stare insieme qualche volta, no? Anzi...” -ribatté Alex scocciato, alzandosi dal letto in mutande, facendo così traballare i deboli nervi di Albert- “Visto che è qui, lo prenda lei per un po’ e se lo spupazzi!” esclamò mettendogli con decisione Cody tra le braccia e accompagnandolo fuori della stanza. “Non preoccuparti, amore di papà! Io e la mamma ti veniamo a prendere presto! Tu intanto stai un po’ col nonno, che ti cambia il pannolino, così torni bello pulito e profumato!” esclamò Alex a suo figlio, facendogli il solletichino sul naso.
Il piccolo smise di piangere e iniziò a ridere divertito.
“Ci vediamo tra poco, Capo!” Alex gli sbatté letteralmente la porta in faccia e tornò dalla sua Elizabeth.
Albert rimase qualche secondo col bimbo in braccio cercando di capire che cosa fosse appena successo. Poi portò il piccolo in bagno, dove scoprì con suo orrore che nel pannolone c’era una gran quantità di puzzolente pupù, che lui stesso avrebbe dovuto ripulire.
“Maledetto Alex! Questa me la paghi!” protestò, mentre preparava l’occorrente per custodire Cody, che intanto se la rideva di gusto come una vera canaglia. “E tu che hai da ridere, eh? Lo trovi tanto divertente?”
Il piccolo rise ancora di più. Non appena Albert gli alzò il sederino per iniziare a pulirlo, come ciliegina sulla torta, la piccola peste bubbonica gli schizzò addosso anche una bella doccia di pipì. L’espressione di Albert parlò per lui. Rassegnato e disperato. Non aveva più nemmeno la forza per innervosirsi. Cody rise ancora più forte.
“Eh, Cody, Cody... Piccola canaglia... Ti arresterò per questo!” gli disse scherzando tranquillamente, mentre iniziava a pulirlo e il piccolo non la smetteva di ridere.
Ma le risa di Cody non furono l’unico suono che si udì in casa. Il casino di Alex ed Elizabeth raggiunse presto le povere orecchie di Albert, la stanza dove dormiva con sua moglie e quella della madre di Alex. I due piccioncini, ormai liberi dal terrore di svegliare il piccolo, stavano dando libero sfogo a tutta la repressa passionalità, che a causa della gravidanza era stata tenuta ben a bada dai due.
“Ma tu senti quei due manigoldi di mamma e papà, come se la spassano alle mie spalle! Sono due svergognati! Appena avranno finito, li arresterò per oltraggio al pudore!” bofonchiò Albert, mente Cody sgambettava animatamente sul fasciatoio tra le risate.
Hilary, che stava ancora aspettando che il marito tornasse a dormire, scosse la testa con fare rassegnato. Aveva ben intuito il buffo svolgimento di quella vicenda. “Io gliel’avevo detto, di non disturbarli! Peggio per lui! Ora si spupazza il marmocchio! Io mi metto i tappi alle orecchio e mi rimetto a dormire”, rise tra sé e sé.
Al contrario di Sarah che rimase sconvolta da tutto quel baccano. “Mio Dio, Alex! Ma così la ammazza, quella povera ragazza!” pensò spaventata.
Non avrebbe mai pensato che Alex e sua moglie avrebbero avuto la faccia tosta di fare l’amore nel bel mezzo della notte con tutta quella gente in casa e un marmocchietto che piangeva. Forse si stupì più di lei che di lui. Sarah conosceva bene l’impudenza di suo figlio, ma da quella ragazza dall’aspetto così fragile e delicato non se lo sarebbe mai aspettato. D’altro canto, però, avrebbe dovuto immaginarselo. Alex era sempre in grado di contagiare negativamente o positivamente, secondo i punti di vista, chi gli stava accanto.
Nel frattempo, Albert aveva rimesso a nuovo il piccolo Cody e lo portò con sé in soggiorno, tentando disperatamente di farlo riaddormentare, ma invano. Cody non aveva nessunissima intenzione di mettersi a nanna. Continuava a ridere allegro e gioioso tra le braccia del nonno stanco ed esasperato e si divertiva persino a tentare di fare le bolle con la saliva e a tirargli le orecchie. Alex ed Elizabeth scesero dopo più di un’ora.
“Ah, finalmente! Potevate stare un altro po’, visto che qui c’è il baby-sitter che vi guarda il marmocchio!” protestò Albert, quando li vide arrivare.
Alex sfoggiò il suo solito sorriso di scherno da canaglia quale era e colse immediatamente la palla a sbalzo per trasformare la protesta di Albert in una situazione completamente a vantaggio suo e di sua moglie, ignorando la fragilità dei nervi di Albert. “Davvero, Capo? Allora ci vediamo tra poco!” esclamò entusiasta, prendendo a tradimento in braccio Elizabeth e riportandola con sé in camera, a far l’amore di nuovo, lasciando Albert lì come un cretino. Ancora.
“Ma perché non ho dato retta a mia moglie, quando mi ha detto di non immischiarmi? Mannaggia a me!” protestò animatamente per la seconda volta, mentre Cody ancora rideva. “Ma tu non la smetti mai di ridere, eh, piccola canaglia?” gli chiese Albert, in maniera retorica, ottenendo come unico risultato quello di farlo ridere di più.
Alex ed Elizabeth, intanto, si godevano la loro serata di libero amore completamente improvvisata. Se ne stavano sul letto, abbracciati, dopo aver fatto di nuovo l’amore, dopo aver dato sfogo a tutta la passionalità che si erano tenuti dentro per mesi e mesi.
“Povero papà! Come l’hai incastrato!” gli sorrise Elizabeth, con la testa appoggiata sul suo petto, mentre lui le accarezzava la schiena col suo peculiare tocco di sensualità.
“Non temere! Se la sarà cavata benissimo! Non preoccuparti. Neanche per Cody. Lui si diverte col nonno!” la rassicurò lui, mentre la riempiva di baci e coccole.
“Certo che si diverte col nonno! Ha in sé il tuo gene della canaglia!”
“Eh già. Elizabeth, Elizabeth... Tu e quel bambino siete quanto ciò di più bello mi sia mai capitato. Ti amo.”
“Anch’io ti amo, Alex. Tu hai riempito quella che per me era una vita vuota e insulsa, che si animava di fugaci ed effimere emozioni solo mentre danzavo. Grazie.”
Alex la baciò con tanta delicatezza da sembrare quasi un cigno.
“Sarà meglio che andiamo a riprenderci Cody”, concluse poi Elizabeth.
“Sì, mi sa che hai ragione, o potremmo non arrivare vivi a domani mattina. Che ore sono?”
“Le due e un quarto.”
Alex ed Elizabeth si infilarono qualcosa addosso e scesero di soppiatto in soggiorno, come se prima non avessero fatto neanche un rumore per non svegliare gli abitanti della casa. Trovarono Albert che dormiva seduto sul divano col bambino addormentato in braccio. Elizabeth gli sfilò con suo tocco di colomba Cody dalle braccia e iniziò a risalire le scale. Alex rimase lì per qualche instante, a fissare il capo che dormiva col suo marchio di fabbrica stampato in volto. Tirò a tradimento un bel calcione sugli stinchi ad Albert, che si svegliò allarmato di soprassalto.
“Sveglia, Capo! E’ ora di andare a dormire!"
Albert si guardò intorno ancora spaesato con gli occhi semichiusi e gli ci volle un po’ per capire esattamente ciò che stava succedendo. Prima ancora che potesse prenderne coscienza, Alex si sbrigò ad aggiungere: “La saluto, Capo!  Buona notte!” e si fiondò su per le scale, lasciando Albert lì come un cretino. Per la terza volta in una sola sera.

sabato 12 maggio 2018

UN MANIGOLDO PER GENERO - 2° STAGIONE - 18° PUNTATA - di Ambra Tonnarelli



Era trascorsa qualche settimana dalla nascita del piccolo Cody e in casa l’atmosfera era carica d’allegria. Le risa e i continui pianti tipici dei neonati risuonavano in ogni dove dell’abitazione. Alex ed Elizabeth si erano fin da subito dimostrati degni della situazione. Erano molto innamorati, molto attenti e premurosi verso il piccolo furfante, che non mancava mai di sfoderare i suoi sorrisetti da canaglia ogni qualvolta facesse i bisognini addosso a qualcuno. Soprattutto quelli solidi. E soprattutto addosso ad Albert. Era un bambino piuttosto sveglio e parecchio vivace, un Alex in miniatura in tutti i sensi. Albert era arrivato in ritardo in ufficio quella mattina, proprio perché il piccolo gli aveva fatto la pupù addosso, mentre gli faceva il bagnetto. Eppure la cosa non lo aveva infastidito, anzi. Si era rassegnato all’idea di essere diventato il bersaglio preferito per le mini-marachelle di quella piccolissima peste ancora in fasce.
“Buongiorno Commissario!” lo salutò Barney, andandogli incontro come se volesse comunicargli qualcosa.
“Buongiorno Barney. Mi scuso per il ritardo. Il bambino!”
“Ah, non avevo dubbi, Commissario. Senta, c’è qui una donna che vorrebbe parlare con lei. L’ho fatta accomodare nel suo ufficio.”
“Grazie Barney. Vado subito.”
Albert fece il suo nobile e cavalleresco ingresso nell’ufficio, mettendo in mostra tutta la professionalità e l’autorità che lo caratterizzavano.
“Buongiorno, signora. Sono il commissario Albert Reeves. Che cosa posso fare per lei?” la salutò cortese ed educato, cercando di metterla a suo agio.
“Buongiorno Commissario. Mi sono rivolta a lei perché so che questo è il distretto più grande della città. Mi chiamo Sarah Carlwright e vengo dallo stato di Washington. Sto cercando mio figlio, che se n’è andato di casa quando aveva sedici anni. Da allora non l’ho più visto, né sentito. Un suo vecchio amico d’infanzia mi ha detto che sarebbe venuto qui, a Los Angeles. E se è qui, spero di trovarlo, perché lui si è sempre messo nei guai con la legge, per reati minori. Ha una band e l’ho visto qualche giorno fa alla televisione. Sono sicura che fosse lui. Una madre queste cose le sente. Si chiama Alex Tennence.”
Albert, che fino a quel momento se ne era rimasto calmo ad ascoltare, sobbalzò dalla sedia, cadendo a terra.
“Oh mio Dio! Commissario! Si sente bene?”
Albert tentò di ricomporsi come poteva. “Alex Tennence? Quell’Alex! Certo che lo conosco! Ho perso il conto di quante volte l’ho arrestato! Lo troviamo subito! Perché abita temporaneamente a casa mia! E’ mio genero!” le annunciò Albert, ancora incredulo di avere davanti a sé la donna che aveva generato quella peste bubbonica. E pensare che era una signora così dolce, gentile e a modo!
Sarah si portò una mano al petto come se avesse ricevuto un pugno dritto al cuore, un pugno dal colpo stranamente piacevole. “Come? Scusi, Alex è suo genero?” ripeté la donna, incredula, come se quella seduta di fronte al commissario non fosse lei, ma un’altra, come se lei stesse guardando la scena dall’esterno.
“Sì, signora. Alex è sposato con mia figlia Elizabeth da quasi un anno.” Albert si sforzò di rimanere calmo e tranquillo, in modo da non agitare di più la povera donna, che assomigliava tantissimo ad Alex nell’aspetto fisico. Ora che la guardava bene, sì. Era proprio la mamma di Alex. Aveva gli stessi occhi grigioverdi, profondi ed espressivi, i capelli rossicci, ma ormai quasi privi di luce, il viso dolce, ma stanco, segnato dalla fatica e da una vita di violenze e soprusi.
“Mi scusi, Commissario, ma io proprio non riesco a capire. Mi perdoni, ma se lei ha arrestato mio figlio parecchie volte per cattiva condotta, come ha potuto permettergli di sposare sua figlia? E’ un controsenso!”
Albert sospirò e picchiettò a ritmo le mani sulle cosce in segno di rassegnazione. “Che cosa ci posso fare io, signora? Mia figlia si è innamorata, lui pure, mi hanno tenuto segreta la loro relazione per mesi con l’appoggio anche di mia moglie... Mi ha fatto saltare tutti i nervi quel ragazzo, ma io gli devo la vita. Alla fine, come tutti i miei parenti, ho finito con l’adorarlo anch’io. Vede, signora, quasi un anno fa, quando mia figlia e suo figlio erano solo fidanzati contro il mio consenso, tre delinquenti hanno aggredito me ed Elizabeth. Hanno tentato di stuprarla e purtroppo ci sarebbero riusciti se non fosse stato per Alex. E’ stato molto coraggioso. Ha protetto mia figlia in un momento in cui io ero stato messo fuori uso. Probabilmente a lui non sarebbe capitato. E’ scaltro, quel manigoldo. Da quel momento, ho capito quanto davvero amasse mia figlia e che in fondo in fondo è un bravo ragazzo. Una canaglia, insomma. Gli sono debitore. Ha salvato me e soprattutto mia figlia.”
Sarah si asciugò una lacrima dagli occhi. Era scossa e confusa. A stento credeva a ciò che aveva appena sentito. Le sembrava tutto così surreale! “Il mio Alex! Sono orgogliosa di lui, anche se è un pastrocchio!” sorrise lei.
Persino Albert abbozzò un sorriso divertito per quella battuta. Tirò un bel respiro tra i sorrisi e riprese a parlare. “E non è tutto, signora!”
“Oh, che altro può esserci ancora?”
“Beh, ecco...” farfugliò Albert, non sapendo come dirglielo. Alla fine decise di adottare il sistema alla Alex. Così, di getto. “Un bel nipotino di due mesi! Cody.”
Sarah sgranò gli occhi e si sentì mancare aria nei polmoni. “U-un n-nip-pot-tino?” balbettò. Poi svenne dall’emozione.
“Barney!” chiamò Albert. Il vecchio e fedelissimo Barney accorse immediatamente a soccorrere la donna, che si riprese nel giro di qualche minuto.
“Mi scusi, Commissario”, sussurrò poi mentre sorseggiava un bicchiere d’acqua. “L’emozione è stata troppo forte per me.”
“Lo credo bene, signora! Mi sarei preoccupato, se avesse reagito diversamente.”
“Cody, vero? Il nome del bambino.”
“Sì, signora. E’ un bellissimo bambino e somiglia, purtroppo per i miei nervi deboli, tutto ad Alex e non solo fisicamente. E’ una vera canaglia, quel marmocchio.”
Sarah sorrise intenerita. “Come vorrei conoscerlo e rivedere mio figlio!”
“Signora, io non posso portarla da Alex ora. Suo figlio è scappato di casa e ora è molto più che maggiorenne. Violerei la sua privacy, se io l’accompagnassi da lui ora. Devo parlare con lui di questo. Lei capisce, non è vero?” le spiegò Albert col cuore in mano, pregando che quella faccenda si sistemasse nel migliore dei modi.
E mica poteva essere sempre e solo lui a fare il nonno!
“Certo, sì, mi rendo conto, capisco.” La donna iniziò a farfugliare impaurita, terrorizzata dal fatto che il figlio la odiasse.
“Non si agiti, signora. Se non riesco a convincerlo io, ci riuscirà sicuramente mia figlia. Lei ripassi pure qui domani sera. Quando avrò finito il turno, se Alex avrà acconsentito, la porterò a casa con me e cenerà con noi. D’accordo?”
“Grazie, Commissario. La ringrazio con tutto il cuore.”
La donna lo abbracciò affettuosamente, gesto che Albert si stupì di ricambiare istintivamente. Non sapeva il perché, ma quella donna gli aveva fatto davvero una gran pena. Aveva letto nei suoi occhi quanto avesse sofferto e quando ancora stesse soffrendo. Era la madre di Alex. Non avrebbe potuto mai rimanere freddo e distaccato. Alex era il marito di Elizabeth e il padre di suo nipote. Faceva parte della sua famiglia. Purtroppo o per fortuna!

Alex ed Elizabeth se ne stavano tranquilli in soggiorno, ad aspettare la cena, ma soprattutto a spupazzarsi il fagotto. Era incredibile il lato paterno che stava venendo alla luce dal cuore di Alex. Era un genitore attento, affettuoso e premuroso, proprio come Elizabeth. Solo che Alex era anche un gran giocherellone.
“Buonasera a tutti!” esclamò Albert, rientrando costretto ad alzare la voce per sovrastare il baccano che faceva Alex.
“Salve Capo! Ha detto Hilary che la cena è quasi pronta!” lo accolse Alex con il piccolo Cody in braccio.
“Bene, così ho un paio di minuti per parlare con te, Alex.”
“Non ho fatto niente questa volta, Capo!” buttò subito le mani avanti Alex.
“Ah, su questa coda di paglia indagherò dopo! Comunque, sarò breve. Oggi si è presentata in commissariato, dopo mille peripezie per trovarti, tua madre.”
Alex si irrigidì di scatto, quasi spaventato, quasi arrabbiato. Elizabeth gli prese delicatamente il piccolo Cody dalle braccia, in modo che Alex potesse parlar meglio, senza spaventare anche il figlio che aveva già percepito la tensione del padre. E gli tenne sempre la mano. Sapeva bene che per Alex era un momento delicato.
“Mia... Madre? E che cosa vuole?” chiese stizzito.
“Ti ha cercato come una pazza, Alex. Vorrebbe rivederti. E’ venuta in commissariato nella piena speranza che tu fossi schedato per reati minori. E guarda caso è venuta proprio da me. Io le ho detto di te ed Elizabeth e che vi è da poco nato un bel bambino, che si chiama Cody. Allo stesso tempo, però, le ho detto che per rispetto alla tua privacy, avrei dovuto parlare con te, prima di portarla qui. Alex, è distrutta, poverina.”
“Certo, che è distrutta! Le fa comodo venire qui, dopo che mi ha visto in televisione, vero?” gridò Alex con le lacrime agli occhi.
Il suo sbalzo di voce fece piangere il piccolo. Alex si girò di scatto, maledicendosi per aver alzato in quel modo la voce. Prese Cody tra le braccia e iniziò a coccolarlo. “Piccolo mio, scusami. Non fare così. Papà non avrebbe dovuto gridare tanto”, gli sussurrò, mentre lo riempiva di teneri e paterni bacini, cullandolo.
Albert si stupì di quanto Alex fosse maturato in quei mesi, nonostante fosse rimasto la solita canaglia di sempre. Alex ripose il bimbo tra le braccia di Elizabeth e le scoccò un appassionato bacio sulle labbra. Poi riprese a parlare con Albert, questa volta con più calma e razionalità.
“Mi scusi, Capo. E’ un duro colpo per me. E’ una ferita aperta che non si è mai richiusa e che adesso ha ripreso a eruttare come la lava esplosa da un vulcano. Mia madre non mi ha mai protetto, Capo. Non ha mai fatto nulla affinché mio padre non ci picchiasse, quando si arrabbiava e rientrava a casa ubriaco. Mi è mancata la protezione e l’affetto materno da bambino e da ragazzino adolescente. Quella che io sto cercando in tutti i modi di non far mancare a mio figlio. Insieme a Elizabeth. Per me è dura, Capo.”
“Alex mi rendo conto che per te sia complicato, ma...”
“No, Capo. Io non ce la faccio.”
Elizabeth gli riprese dolcemente la mano e gli diede un tenero bacio sulla guancia. “Alex, amore mio, ascoltami. Capisco come ti senti. Sei confuso, frustrato, colmo d’ira, ti senti umiliato... Ma non è scappando che ritroverai la serenità. Tua madre è qui, adesso. E’ venuta per te. Ciò che provi tu, lo prova anche lei, così come prova rimorso per come si è comportata con te. Falla venire qui. Parlale. Chiaritevi. Non privarti di lei ancora una volta. E’ pur sempre tua madre e anche se ha dimostrato poco coraggio, ti vuole bene e te ne ha sempre voluto. E tu lo sai. Io vorrei conoscerla. Così come lei ha diritto di conoscere suo nipote. Dalle un’altra opportunità. Prima devi parlarle. Solo allora potrai decidere se volerla o meno nella tua vita.”
Alex la guardò intensamente nei suoi profondissimi occhi trasparenti, puri come l’acqua, intensi come il fuoco. Rifletté gettando il suo sguardo negli occhi di lei. Guardò dentro se stesso attraverso gli occhi di lei.
“E sia. Lo faccio solo perché me l’hai chiesto tu e perché voglio credere che tu abbia ragione sul serio. D’accordo, Capo, la porti qui a cena, domani sera”, concluse poi, tranquillo, rivolgendosi ad Albert, che annuì con un cenno della testa.
“A tavola!” li chiamò Hilary.
“EVVIVA! SI MANGIA!” gridò Alex, catapultandosi come un proiettile verso la cucina, con la ritrovata allegria di sempre, lasciando Elizabeth in soggiorno con Albert e il piccolo tra le braccia, in un mare di risate.

“Eeeeeeeh! Quant’è carino!” esclamò Edward, quando Alex portò Elizabeth e il bambino con sé allo studio di registrazione. Tutta la band si riunì intorno alla coppia per salutare come si deve il piccolo Cody, dal momento che il giorno del parto, quando avevano accompagnato Alex all’ospedale, se ne erano andati quasi subito, dopo aver visto il trambusto che stava facendo da padrone intorno a loro. “Congratulazioni!”
“Grazie ragazzi!” ricambiarono Alex ed Elizabeth.
I ragazzi della band iniziarono a spupazzarsi il marmocchio a turno, dimenticandosi per qualche istante dell’immensa mole di lavoro musicale che li stava aspettando quel pomeriggio. Il piccolo Cody sembrava proprio avere il gene del carisma di Alex. Con i suoi teneri sorrisi da canaglia conquistò tutti, persino il signor Marshall e i tecnici del suono.
“Allora ragazzi, tra quanto sarà pronto il secondo album?” si preoccupò Marshall, mentre Alex sgranocchiava uno spuntino e Edward si spupazzava il marmocchio.
“Ah, Tricheco, stia tranquillo! Abbiamo talmente tanto di quel materiale da poterne fare cento di album!
 “E’ proprio questo che mi preoccupa.”
“Non si preoccupi, Tricheco! Lasci fare a noi! Lei si riposi e si prenda una vacanza!”
Alex e la band non avrebbero chiesto di meglio di liberarsi del signor Marshall per un paio di settimane, tanto era diventato ansioso e assillante. Il troppo successo e il denaro gli stavano dando alla testa. Era come se avesse paura di perdere tutto ciò che aveva conquistato, in un attimo. Ma ciò che Marshall non aveva ancora capito era proprio il fatto che la band fosse immune dalla voracità del mercato musicale. Avevano conquistato nel profondo gli animi della gente coi loro sentiti e trasgressivi testi e le loro variate e graffianti melodie. Senza contare i pezzi lenti, di tanta dolcezza e particolarità da riuscir a far breccia in quelle zone del cuore umano che rimangono chiuse a chiunque.
“Una vacanza? Così voi vi spaparanzate e non combinate più niente!” si lamentò Marshall.
Alex, che, mentre parlava, si spupazzava di nuovo il monello, fulminò Marshall coi suo penetranti occhi grigioverdi e lo gelò. “Non lo tollero, questo atteggiamento, Tricheco. Non ci tratti come se fossimo degli scansafatiche, perché noi, qui, ci siamo fatti il culo per arrivare dove siamo e per vivere la nostra passione. Non ci fermeremo davanti a nulla. Quello che voglio dire, è che deve smetterla di assillarci e che deve lasciarci lavorare. Non sarà con la sua fretta che sforneremo un capolavoro. Me ne sbatto dell’industria musicale e dei i suoi tempi. Noi seguiamo il nostro genio artistico. Le assicuro che le idee non ci mancano e che siamo a buon punto. Ci lasci lavorare tranquilli. E si ricordi. Mai mettere fretta agli artisti, di qualunque campo essi si occupino. Mai.”
Marshall rimase trafitto dalle gelide parole di Alex, pronunciate con una tale freddezza che sembrava addirittura non appartenergli. Marshall passò in rassegna con gli occhi gli sguardi seccati della band nei suoi confronti.
“Avete ragione, ragazzi. Mi dispiace. Sono diventato troppo ossessivo. Vi lascio lavorare tranquilli. Torno più tardi.”
Marshall si alzò guardando il pavimento e se ne andò con aria mortificata e afflitta.
“Anche se è un grande rompipalle, le vogliamo sempre bene!” gli gridò Alex, quando fu sulla soglia dell’uscita.
Un sorriso fievole di tanto agognato conforto prese forma sul viso di Marshall. Le ultime parole di Alex gli avevano scaldato il cuore, come sempre del resto. Perché Alex scaldava il cuore a tutti.
“Forza, ragazzi! E’ ora di metterci al lavoro!” li spronò Alex, porgendo Cody a Elizabeth.
“Adesso, amore, guardiamo papà e i gli zietti che lavorano”, gli sussurrò nelle orecchiette.
Edward si bloccò e si voltò a guardarla. “Elizabeth, a noi fa piacere, perché quel fagotto lì è un vero amore, ma... Piange tanto?”
Alex ed Elizabeth si scambiarono un eloquentissimo sguardo e scoppiarono a ridere.
“L’unica cosa che sa fare questo marmocchio è ridere!” lo rassicurò Alex, mettendogli una mano sulla spalla.
“Bene, allora, restate pure! Forza, ragazzi! Facciamo vedere al nostro nipotino e alla sua mamma che cosa sappiamo fare!” si gasò Edward, emozionato all’idea che il figlio del suo migliore amico fosse lì.
La band lavorò serena senza Marshall che girava loro tra le scatole come un’anima in pena. Ancora una volta la sincerità e l’essere schietto di Alex li avevano ripagati. Perché la genuinità di Alex stava proprio in questo: dire sempre come la pensava, senza peli sulla lingua, anche se quanto aveva da dire non fosse stata la cosa più carina del mondo. Proprio per questa sua peculiare e rara caratteristica veniva fortemente odiato dagli ipocriti e immensamente amato da chi non gradisce la falsità. Marshall rimase stupito dalla mole di lavoro che avevano portato a termine i ragazzi senza la sua assillante presenza. Avevano fatto il doppio di quanto avevano in programma. E nessuno ne fu più felice di Marshall, che da allora cercò di contenersi e di farli lavorare di testa loro. Si era reso conto che era meglio non dar loro scadenze. Avrebbero finito prima senza far loro pressione.

sabato 5 maggio 2018

UN MANIGOLDO PER GENERO - 2° STAGIONE - 17° PUNTATA - di Ambra Tonnarelli



Elizabeth se ne stava in camera, a ripiegare il pigiama pulito per rimetterlo in ordine. Alex al lavoro, allo studio di registrazione. Era uscita presto la mattina e aveva fatto una bella passeggiata con Alex, all’alba, per mantenere uno stile di vita sano e attivo. Il pancione era ormai davvero enorme e il suo peso, nonostante si facesse ben sentire, non le dava affatto fastidio. Elizabeth era davvero un fiore, proprio come la descriveva sempre Albert. Era serena e felice, consapevole delle piccola vita che stava portando in grembo. Sentiva il bambino muoversi dentro di lei e tirarle calcioni in continuazione. Ogni sera, prima di addormentarsi e ogni mattina, appena svegli, Alex non mancava mai di coccolare delicatamente il pancione di Elizabeth e sussurrare dolci frasi al piccolo. Voleva che sentisse l’affetto di entrambi. Addirittura, spesso gli cantava sottovoce con le labbra quasi appoggiati al pancione, la canzone che aveva scritto per Elizabeth.
“Ne sto componendo una anche per lui”, le aveva detto quel mattino stesso, prima di uscire.
Elizabeth, curiosa, non riusciva a smettere di chiedersi come sarebbe stata la canzone che Alex avrebbe dedicato a suo figlio. Ci stava pensando anche in quel momento, mentre con la sua unica grazia innata riponeva il pigiama pulito nell’armadio. Non aveva nemmeno richiuso il cassetto quando avvertì una forte fitta al basso ventre, che la portò quasi a piegarsi in due. E poi un’altra. E un’altra ancora e ancora. “Mamma! Mamma, vieni qui! Presto!” gridò in preda a un dolore fisico che nemmeno lei era mai riuscita ad immaginare.
Hilary, che si era presa un’aspettativa dalla sua scuola nell’ultimo mese, si precipitò come una furia nella stanza della figlia. Spalancò agitata la porta e trovò la figlia seduta a terra, ai piedi del letto, che si contorceva dal dolore.
“Elizabeth, tesoro! Che c’è?” le chiese, già conoscendo la risposta e gettandosi accanto a lei.
“Mi sa che ci siamo, mamma. Portami all’ospedale. Non ce la faccio già più.”
Hilary la aiutò ad alzarsi e scendere con estrema attenzione le scale. Contro ogni sua stessa aspettativa, riuscì a mantenere la calma. Guidò con altrettanta attenzione fino all’ospedale, dove Elizabeth fu immediatamente ricoverata, in attesa che giungesse il momento di far nascere il bambino. Hilary le rimase accanto, mentre lei si contorceva in preda a delle dolorosissime doglie, che le stavano facendo vedere le stelle.
“Sbrigati a uscire di lì, piccolo mio!” aveva addirittura sospirato Elizabeth tra le fitte.
“Chiamo Alex!” si affrettò Hilary, cercando il cellulare il borsa.
Dovette chiamarlo tre o quattro volte prima che rispondesse. Era in sala d’incisione, dopo tutto e questo, Hilary, lo sapeva bene.
“Pronto?” rispose finalmente dopo mille chiamate perse.
Hilary si riempì di sollievo quando sentì la sua familiare e calda voce al di là dell’apparecchio. “Alex! Alex, finalmente! Sono Hilary!”
“Ehi, cos’è tutta questa agitazione? Che succede?”
“Stai per diventare papà, Alex! Ci siamo quasi, Elizabeth è qui in ospedale, in travaglio!”
Un tuffo di strana e infinita gioia al cuore di Alex gli tolse per un istante il respiro. “ARRIVO! ARRIVO SUBITO! LO CHIAMO IO, IL CAPO!” gridò in preda all’entusiasmo più impensato.
“Alex, che succede?” gli chiese Christopher, non avendo ancora capito che cosa mai potesse essere successo.
“STO PER DIVENTARE PADRE! YUHU!!!! YUPPYYYY! EVVIVA! DEVO SCAPPARE! SUBITO!”
La band gioì con lui. Alex lanciò in aria tutti gli spartiti in preda all’euforia più pazza e folle di cui fosse mai stato vittima. Si precipitò verso l’uscita del nuovo e segreto studio di registrazione.
“Halt!” lo fermò Edward perentorio. “Non sei attualmente in grado di guidare. Sembra che ti sia scolato venti bottiglie di birra! Verremo anche noi. Tutti nel SUV! E guido io!”
Alex non ebbe neanche due secondi di tempo per protestare, che già i ragazzi lo stavano sollevando tutti insieme e caricando in macchina. Edward si mise tranquillamente al volante, col suo stile di guida selvaggio, sfrenato, ma sicuro, un po’ come quello di Alex.
“Con questo traffico, arriverò che è già nato!” protestò Alex, lanciando imprecazioni riguardo all’intenso traffico cittadino. “Fammi chiamare il capo, ché è meglio!” Afferrò il telefono, sfilandolo con abilità dalla tasca dei pantaloni neri in ecopelle lucidi come un utensile appena lustrato. La solita bandana in testa. “Salve Capo!” gridò non appena udì la voce burbera e autoritaria di Albert dall’altra parte del telefono.
“Alex! Che diavolo ti prende? Gridare in questo modo! Ma sei impazzito, forse?”
“No, Capo! Sono solo euforico! Io sto per diventare padre e lei sta per diventare nonno! Elizabeth sta per partorire!”
“Per Giove e Saturno, Alex! Arrivo immediatamente!”
“Ah questo è certo, se riesce a farsi largo in questo dannato traffico!” gli fece notare Alex.
“Accenderò la sirena!” se ne uscì a sorpresa Albert.
“Ma Capo! Questo è abuso di potere!”
“Fa’ silenzio, Alex! Mia figlia sta per partorire e io faccio l’abuso di potere che mi pare pur di arrivare da lei in tempo!”
“Così mi piace, Capo! Questo sì che è lo spirito giusto!” si complimentò Alex compiaciuto.
“Hai fatto diventare un manigoldo anche me!”
“Su via, non la faccia tanto lunga, Capo! Le ho già dimostrato che essere un po’ manigoldo ha i suoi vantaggi a volte! La saluto, Capo!” esclamò, sbattendogli il telefono in faccia.
La band si stava spaccando in due dalle risate. “Non cambi mai, eh, Alex? Neanche quando tua moglie sta per partorire! Gliel’hai cantata eh, al Capo!” commentarono.
“Già, proprio così!”
Edward si affrettò più che poté per arrivare in tempo all’ospedale.
“Dottore!” lo fermò Alex, una volta in ospedale, fiondandosi verso di lui. “Mia moglie Elizabeth Tennence, sta per partorire. E’ con la mamma.”
“Quarto piano, la stanza in fondo al corridoio”, lo liquidò piuttosto freddamente il malcapitato medico.
“Grazie dottore!”
Alex si precipitò verso gli ascensori, ma tutti erano occupati, così si catapultò come una furia su per le scale, seguito a ruota dagli altri cinque. Hilary si affacciava al corridoio di tanto in tanto per controllare se Alex o suo marito fossero in vista. Finalmente vide Alex.
“Hilary! E’ nato?” gridò lui, scorgendola sulla soglia della stanza.
“No, non ancora! Ti ha voluto aspettare, a quanto pare!”
Hilary si spostò per farlo entrare, mentre la band si fermò fuori della porta.
“Elizabeth! Amore mio! Sono qui!” le disse con le lacrime agli occhi per la gioia, sedendosi accanto a lei, vicino al letto.
“Alex, ci siamo quasi! Sta per venire il dottore, che mi porta in sala parto! Vieni anche tu, vero?” disse a fatica tra il dolore delle contrazioni.
“Ma certo! Voglio vedere mio figlio nascere!” Alex le scoccò un sonoro bacio sulla fronte.
“Ecco il dottore!” esclamò Hilary.
Il medico, un uomo autoritario, ma paziente, fece il suo pacato ingresso nella stanza di Elizabeth. “Lei è il padre?” domandò ad Alex.
“Sì, padre del bambino e marito della dolce fatina qui presente.”
Alex riuscì a strappare un sorriso di tenerezza anche al medico nel bel mezzo del suo lavoro. “Ci segua!” gli ordinò, portando via Elizabeth.
Hilary rimase coi ragazzi della band ad aspettare. Elizabeth si ritrovò in quattro e quattro otto in sala parto circondata dallo staff medico e l’ostetrica. Alex le strinse forte la mano e lei ricambiò la stretta. “Coraggio, amore mio!” le sussurrò dolcemente nell’orecchio.
“Molto bene. Inizi a spingere! Forza!” le ordinò il medico
 Elizabeth ubbidì e iniziò a spingere con tutta la forza che aveva in corpo.
“Coraggio amore! Spingi!” la incoraggiò Alex, stringendole la mano sempre più forte.
Elizabeth continuò a spingere, finché non sentì il bambino uscire e iniziare a piangere.
“Eccolo!” esclamò l’ostetrica, afferrandolo e avvolgendolo subito in un asciugamani bianco.
Elizabeth tirò un sospiro di sollievo e liberazione. Si sentiva finalmente libera da quel grosso peso che si portava nel ventre. L’ostetrica glielo porse. Elizabeth lo prese amorevolmente tra le braccia, con la premura e l’affetto che solo le mamme hanno. Alex si chinò su di lei, a coccolare anche lui il piccolo.
“Ciao” lo salutò dolcemente Elizabeth, quando il bambino aprì a stento gli occhi. “Così eri tu che mi tiravi i calcioni, vero?” gli disse, sorridendogli.
“Ciao patatino!” lo saluto poi anche Alex, facendogli delle carezze sul viso con un dito. “Io sono il tuo papà. E questa dolce fatina è la tua mamma, che ti ha portato nel pancione per tutto questo tempo.” Le lacrime agli occhi.
Alex ed Elizabeth si scambiarono un intensissimo e tenerissimo sguardo, colmo di emozione e gioia.
“E’ bellissimo. Somiglia tutto a te”. commentò Elizabeth, guardando Alex.
Alex si commosse ancora di più, quando finalmente realizzò che Elizabeth aveva ragione. “Sono contento. E lo sarei stato anche se avesse somigliato a te.”
Il piccolo assunse un’espressione dolce e rilassata. Alex ed Elizabeth si baciarono, non curanti dei medici.
“Bene, ora ci pensiamo noi. Ve lo riportiamo tra poco.” L’ostetrica lo prese con sé e se lo portò momentaneamente via.
“Congratulazioni”, disse loro il medico.
Alex ed Elizabeth si sorrisero di nuovo dolcemente. Elizabeth si sentiva a dir poco stremata, senza più forze. Aveva gli occhi neri e gonfi per lo sforzo fisico a cui aveva dovuto sottoporsi, eppure Alex pensò che non fosse mai stata più bella in vita sua. Il suo sguardo dolce rivolto al bambino, con quei suoi intensissimi occhi d’acqua da gatta, profondi come l’oceano, lo aveva trafitto. E lo stava trafiggendo ancora. Lo sguardo di Elizabeth era rimasto lo stesso da quando aveva preso in braccio il bambino.
“Sei... Bellissima, amore mio”, le sussurrò guardandola dritta negli occhi.
“No, non è vero”, piagnucolò Elizabeth, con un filo di voce, stanchissima, stremata, ma felice. La felicità le traboccava dagli occhi come una cascata che si getta impetuosa dalla rupe.
“Sei bellissima, Elizabeth. Non ti sto prendendo in giro. Ti amo.”
Il volto di Elizabeth si riempì di un lampo di luce che illuminò la stanza. Il suo sorriso colmo di amore e felicità trafisse il cuore di Alex ancora una volta. “Ti amo anch’io, mio Alex.” E non di meno, si baciarono di nuovo, come se fosse la prima volta.

“Eccomi! Sono qui! Già fatto?” esclamò Albert ansimando, mentre entrava di corsa nella stanza. Due ore dopo. Non si era neanche reso conto di quanto tempo avesse impiegato per raggiungere l’ospedale. La scena, che gli si presentò una volta entrato, lo spiazzò completamente. Elizabeth seduta sul letto, meravigliosamente trasfigurata, con in braccio un tenero fagottino, Alex seduto sulla sponda accanto a lei, che riempiva di coccole sia lei che il piccolo e sua moglie seduta a fianco del letto che li osservava dolcemente, piangendo, commossa, lacrime di gioia.
“Salve Capo! Ce ne ha messo di tempo! Si è forse perso?” si burlò di lui Alex, col suo solito sorriso beffardo stampato in faccia.
“Guarda Alex, lascia perdere! Stupido traffico!” si lamentò Albert, nervoso.
“Ma Capo, lei non doveva fare abuso di potere e accendere la sirena?” gli rammentò Alex con tono ed espressione canaglieschi.
“L’ho fatto, ma un tamponamento a catena mi ha tenuto bloccato non so neanch’io quanto tempo! Mi sono saltati tutti i nervi!”
Alex sghignazzò apertamente, coinvolgendo anche Elizabeth. “Ah, non ne dubito, Capo! Piuttosto però, ora si calmi e guardi qui che capolavoro abbiamo fatto io ed Elizabeth!”
Albert si chinò sul bambino ed Elizabeth glielo porse un momento. Qualche lacrima di commozione e gioia rigò incontrollata il viso stranamente intenerito di Albert. “Congratulazioni. E’ bellissimo”, farfugliò a fatica tra i singhiozzi, mentre lo porgeva ad Alex. “E tu Elizabeth? Come ti senti?” le chiese poi, mentre si asciugava le lacrime e recuperava il suo ferreo e rigido autocontrollo.
“Come uno straccio. Sono distrutta, ma sto bene. E sono tanto felice!”
Il suo sorriso era così brillante che quasi accecò anche Albert. Elizabeth non aveva mai sorriso così prima di allora. La gioia di essere mamma e di aver avuto il figlio dal ragazzo che amava le aveva donato un aspetto insolitamente e bizzarramente bello, indescrivibile a parole. La gioia di aver dato alla luce una nuova vita insieme ad Alex.
“Mi fa piacere vederti così. Solo che... Sei così giovane per fare la mamma e noi così giovani per fare i nonni!”
“Meglio, Capo! Così il bambino, ce lo godiamo di più e avremo tutti più energie per seguirlo nella sua crescita!”
“Forse hai ragione, Alex.”
Elizabeth sfoggiò un altro dei suoi abbaglianti sorrisi. “Ce la caveremo bene, papà. Vedrai.”
“Lo so, tesoro. Lo so. E... come avete deciso di chiamarlo?”
“Cody. L’ha scelto Alex e a me è piaciuto subito da morire!” gli spiegò Elizabeth.
“E’ molto carino! Cody...”, ripeté, Albert, sorridendo intenerito. Ormai mantenere il suo ferreo autocontrollo era diventata una mastodontica e titanica impresa, fuori dalla sua portata.
“Hai visto, papà? Somiglia tutto ad Alex!” gli fece notare compiaciuta Elizabeth.
“Eh, lo so. Purtroppo me ne sono accorto. Avrei preferito che assomigliasse alla mamma, così magari essendo simili i tratti somatici, avrebbe potuto essere simile anche il cervello!”
“Cos’ha il mio cervello che non va, Capo?” s’intromise Alex, facendo il finto tonto.
“Eh, Alex, Alex! Tu sei un tipo piuttosto vivace... Un manigoldo!”
“Ex-manigoldo, Capo!” puntualizzò Alex, prestando particolare enfasi alla particella ex.
“No, no! Manigoldo sei nato e manigoldo resti!”
Alex scoppiò a ridere. “Lo prendo come un complimento in senso affettivo, Capo!”
“Fai un po’ come ti pare!” si rassegnò Albert alla fine, tornando ad ammirare intenerito il fagottino in braccio a Elizabeth.
Il piccolo Cody sembrava un tipetto alquanto vispo. Il carattere di Alex si intravedeva già.
“Guardi, Capo! Adesso invece della cuffietta, gli metto la bandanina da rock star!” esclamò Alex, tirando fuori una piccola fascia stile rock, che aveva fatto fare su misura per il piccolo.
Albert ricadde subito nelle sue vecchie abitudini nervose. “Non ti azzardare, sai! Non è un bambolotto! Né un pagliaccio! Che cosa siamo, al circo?”
Ma Alex lo ignorò completamente e diede quel tocco di classe rock al look del bambino. Il piccolo, per tutta risposta, stupì tutti quanti. Invece di piangere per il fatto che Albert avesse alzato la voce e avesse assunto un’espressione cattiva e austera, sfoggiò il sorriso di una vera e propria canaglia in miniatura. Degno di Alex.
Albert assunse di colpo le sembianze di un fantasma. “Oh mio Dio! Che elemento ci è capitato! E’ proprio come Alex, anche nel carattere! Oh poveri noi!”
“Non vedo l’ora che inizi a scorrazzare per casa e nel suo ufficio!” scherzò Alex.
Albert si sentì mancare e scappò gridando aiuto spaventato lungo il corridoio. Rientrò solo dieci minuti dopo e fu accolto dalle risate beffarde di Alex, Elizabeth e sua moglie. E del bambino. Lo stesso giorno in cui nacque Cody, uscì anche il primo album della band, che raggiunse subito la vetta delle classifiche musicali e ricevette dalla critica l’opinione che aveva sempre desiderato, quella a cui la band ambiva da quando si era formata. Una competenza e originalità artistica degna delle grandi leggende del rock degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Un giorno da ricordare. Un giorno magico. Il più magico di tutti.

sabato 28 aprile 2018

UN MANIGOLDO PER GENERO - 2° STAGIONE - 16° PUNTATA - di Ambra Tonnarelli



“Ah! Finalmente il divano!” esclamò Elizabeth, davvero esausta, buttandosi giù di peso. Alex, invece, si fiondò al pianoforte e iniziò a dar voce alle sue emozioni, come promesso. Ne sentiva veramente il bisogno. Il risultato fu eclatante. Alex diede vita a una melodia dolcissima, unica nel suo genere e vi accompagnò un testo poetico, improvvisato al momento, in base a ciò che sentiva dentro. Elizabeth ne rimase incantata. Il talento, la passione e la sensibilità di Alex non smettevano mai di stupirla meravigliosamente. Alex prese un foglio e una penna e buttò giù nero su bianco quanto scaturito dalla sua anima. Un'altra pietra miliare da aggiungere all’album. Il signor Tricheco sarebbe stato moooolto contento di sapere che Alex aveva pronto un altro pezzo da inserire nell’album di già tredici canzoni. Ma d’altro canto, superstizioso com’era, avrebbe certamente accettato la quattordicesima.
Alex prese poi Elizabeth in braccio e la portò di sopra in camera. La aiutò a sfilarsi l’ingombrante e luccicante abito da sposa e la fece distendere un po’.
“Tirati un pochino su la maglietta”, le chiese dolcemente Alex.
Elizabeth lo accontentò, anche se con una certa titubanza. Non aveva capito il perché di tale richiesta. Alex colse la sua silenziosa domanda in quegli occhi acquatici da gatta che tanto amava e le rispose a fatti. Iniziò delicatamente ad accarezzarle la pancia, dandovi qualche tenero bacino di tanto in tanto. Stava coccolando lei e il piccolo. Il volto di Elizabeth si illuminò d’amore e sfoggiò un sorriso degno del Sole in persona e anche più. Avrebbe potuto illuminare l’intero firmamento con il suo sorriso e le stelle nei suoi occhi.
“Ehi ciao, piccolino! Io sono il tuo papà. Io e la mamma ti amiamo già da morire e non vediamo l’ora che tu venga alla luce, qui con noi, in questo mondo di pazzi!”
Elizabeth si lasciò sfuggire una dolce risata, di quelle che solo Alex riusciva a strapparle. “Ti amo, Alex” gli sussurrò, avvicinando la bocca all’orecchio di lui.
Alex smise di accarezzarle il pancino, sollevò lo sguardo gettando il grigioverde dei suoi magnetici ed espressivi occhi nello specchio d’acqua stellato di quelli di Elizabeth e la baciò.
“Ti amo, Elizabeth”, ricambiò tra i baci, mentre si stendeva accanto a lei.
“Ho tanto sonno”, mugugnò lei a un certo punto, dispersa nel mare di coccole di Alex.
“Allora dormiamo. Spengo la luce.”
Alex allungò la mano verso l’interruttore, prima di riprendersi Elizabeth tra le braccia per stringerla, mentre dormiva. Elizabeth si lasciò stringere. Per lei, dormire beata tra le protettive e delicate braccia di Alex era diventata una costante nella sua vita. E presto lo sarebbe stata anche la creaturina a cui avrebbero presto dato alla luce.

“Salve Tricheco!” salutò Alex, rivolgendosi sempre in maniera beffarda al suo manager.
“Ciao ragazzi! Bene, ho saputo che avete ultimato l’album”, si compiacque il signor Marshall qualche mese dopo il matrimonio di Alex. Avevano finito prima del previsto, nonostante il mare di canzoni e di materiale che avevano su cui lavorare.
“Ebbene sì, Tricheco! E’ tutto, pronto! Aspettiamo solo il lancio!” si gasò Alex, con dietro il coro di assensi della band.
“Non correre, Alex mio, non correre! Prima si lancia il singolo! Siete sicuri di non voler far uscire prima uno dei pezzi che spaccano di più?”
Il signor Marshall si era sempre dimostrato titubante riguardo la scelta del brano di lancio. Riteneva che un lento non fosse l’ideale per impressionare il pubblico.
“Sì, Tricheco! Siamo sicuri!”
“Alex, smetti di fare il portavoce della band per qualche istante. Vorrei sentire l’opinione di ognuno di voi.”
Edward prese con disinvoltura la parola. “Perdiamo solo tempo, così. Il pezzo che Alex ha scritto per Elizabeth è senz’altro il capolavoro più corposo a cui abbiamo mai lavorato. Ai concerti, ha sbancato e ha riscosso un successo molto maggiore rispetto agli altri brani, perché a nostro parere è unico. Per il nostro Alex ha un significato particolare. E anche per noi. Perché Alex è migliorato molto artisticamente da quando c’è Elizabeth e ha fatto migliorare anche noi. Quel brano è stato un punto di svolta nella nostra carriera. E sarà quello che ci porterà al successo. O debuttiamo con quello o non debuttiamo affatto!”
Un’ovazione di approvazione si alzò dai ragazzi, un’ovazione che sembrava levarsi da un intero stadio piuttosto che da sei giovani imbufaliti. Il signor Marshall dovette sbattere la mano sulla scrivania quattro o cinque volte per placare un po’ i loro animi infuocati, molto più che tipicamente alla loro età.
“Basta, ragazzi! E che diamine! Che cosa siete? Bestie? No, mi sa che le bestie fanno meno casino di voi.”
Un sorrisetto tanto innocente, quanto beffardo prese forma all’unisono nei volti di tutti e sei.
“Così sia. Il vostro pezzo di debutto sarà quello che Alex ha composto per Elizabeth, di cui abbiamo già girato il video, giusto?”
“Signor sì, signor Tricheco!” annuì Alex con fare da canaglia.
Il signor Marshall afferrò una penna dalla scrivania e iniziò a sbatterla nervosamente sulla sua agenda. “Bene. Che il Cielo ce la mandi buona!” sospirò infine.
Il singolo sarebbe uscito nell’arco di una settimana e Alex aveva perennemente importunato per via telefonica, e anche presentandosi di persona, tutte le stazioni radio più importanti e le maggiori reti televisive più importanti, scavalcando così il ruolo manageriale di Marshall, ma allo stesso tempo riuscendo dove lo stesso Tricheco aveva fallito. Il carisma di Alex era ineguagliabile.

“Buongiorno Commissario! Posso offrirle un caffè, dal momento che siamo entrambi in anticipo?”
“Ma certo Barney. Grazie.”
L’inseparabile duo si diresse così al bar di fronte alla centrale di polizia per un caffè. I rapporti tra Barney e Albert erano decisamente migliorati. Dopo l’aggressione a Elizabeth, Albert aveva cambiato atteggiamento verso il mondo intero, una reazione a catena iniziata e scatenata proprio dal cavalleresco e impavido intervento di Alex. Dopo essersi finalmente reso conto fino in fondo su che tipo di persona fosse Alex in realtà, i suoi nervi si erano d’un tratto rilassati e la sua serenità traspariva e si manifestava anche nel comportamento coi colleghi al lavoro. E nessuno ne fu più contento del fedelissimo e stimatissimo Barney, che le azzeccava sempre tutte.
“Allora commissario” –esordì Barney, una volta ordinato al tavolo una buona colazione- “Come stanno gli sposini? Sono d’intralcio a casa?” gli domandò tanto per sciogliere il ghiaccio e per parlar del più e del meno. Sapeva bene che Albert si rilassava molto più del solito, parlando di Elizabeth.
“Bah, che ti devo dire? Non più di tanto. Voglio dire, si sente che ci sono. Soprattutto Alex!”
“Ah, immagino!” bofonchiò Barney, ingurgitando goloso un gustoso cornetto al cioccolato.
“Però, non mi posso lamentare. Sono molto autonomi in tutto. Se la caveranno bene appena potranno permettersi di andare a vivere da soli.”
“E Alex? Si è calmato un po’, o è sempre la solita canaglia che combina guai su guai in giro?”
“Non è cambiato di una virgola, Barney! Non puoi sapere le volte che l’ho fermato per le solite cattive condotte in giro e ho risolto in maniera non ufficiale senza chiamarti. L’ultima volta che l’ho fermato è stato proprio ieri.”
Barney quasi rigurgitò il cappuccino nella tazza per non essere riuscito a trattenere la risata, mentre Albert iniziava a sorseggiare il suo con fare fiero e compunto. “Ieri? E che ha combinato questa volta, commissario?”
“Disturbo della quiete pubblica. Si è messo a schiamazzare con i ragazzi della sua band alle sei del mattino lungo il viale di casa mia, poi hanno improvvisato un motivetto con degli strumenti di fortuna trovati per strada, tipo pigne, rami che loro hanno spezzato, auto...”
“E che facevano in piedi a quell’ora, Commissario?” chiese Barney curioso di conoscere il resto.
“Dovevano andare allo studio di registrazione. Hanno già del nuovo materiale su cui lavorare.”
Nonostante le canagliate di Alex e la sua combriccola, Albert era tranquillo e sereno, mentre le raccontava. Ormai era come se si fosse rassegnato all’idea, come se ci avesse fatto l’abitudine.
“Eh, Commissario... Il lupo perde il pelo, ma non il vizio! E che mi dice di Elizabeth? Come sta? La gravidanza procede bene?” domandò Barney, mentre ingurgitava un altro cornetto inzuppato a dovere nel cappuccino.
“Elizabeth è un fiore. A parte il pancione, non è cambiata di una virgola fisicamente. A continuato a danzare fino a poco fa e per quanto glielo consentano le sue condizioni, si tiene in forma alla grande.”
“Una super-mamma, Commissario!”
“Eh, già, Barney. Eh già!”
“E... Il piccolo come sta? E’ maschio o femmina?”
“Maschio. E dalle ecografie si vede che è sano come un pesce. Scoppia di salute e sembra anche piuttosto vivacetto. Spero non prenda da quel manigoldo!” ci scherzò su Albert, anche se effettivamente sperava che il nipotino assomigliasse più a Elizabeth che ad Alex. L’idea di avere un piccolo Alex che gli scorrazzava intorno un po’ lo agitava.
“Quando nasce, Commissario?”
“Elizabeth entra oggi nella trentasettesima settimana di gravidanza. Salvo sorprese, dovrebbe partorire tra circa tre settimane.”
“Congratulazioni, Commissario!” gli sorrise Barney, dandogli una pacca sulla spalla.
Albert era visibilmente emozionato. Accadeva sempre, ogni qual volta si nominasse il bambino. Aveva gli occhi lucidi dalla commozione.
“Ehi, Commissario! Guardi lì! La tv!” gridò Barney entusiasta e incredulo allo stesso tempo, facendo voltare di scatto Albert, che al contrario di Barney, dava le spalle al televisore.
“Per Giove e Saturno, Barney! Ma quello è Alex!”
Eh, già. Il video della band in esclusiva sulla rete televisiva musicale mondiale più importante.
“Commissario! Ma hanno saltato una buona parte di gavetta! Come hanno fatto a finire subito in diretta mondiale?” chiese Barney sempre più incredulo.
“Alex, Barney. Alex...”
I due si lanciarono un eloquente sguardo che non ebbe bisogno di altre domande e risposte. Era logico ciò che avesse combinato Alex. Albert non avrebbe mai voluto essere nei panni di chi Alex era andato a dare il tormento. I due colleghi si ammutolirono a godersi lo splendido video e la meravigliosa canzone. Il video raccontava la storia di Alex ed Elizabeth. Lui, un povero ragazzo di strada, senza famiglia e senza radici, che veniva salvato da questa dolce fatina, un bellezza angelica, rappresentata sfocata in mezzo ad un’abbagliante luce, che danzava. Danzava armoniosamente sulle note della canzone. Un vero capolavoro che attirò l’attenzione dei clienti del bar, facendoli commuovere tutti. E non solo i clienti del bar. Il singolo riscosse successo in ogni dove del Paese e all’estero. Tutti si innamorarono di Alex e della sua Elizabeth, tutti amarono la band fin da subito. E non solo i giovani. Tutti. Adulti, anziani, uomini e donne di tutte le età, i ragazzini, tutti... Senza contare le solite ragazzine che si presero una cotta per i componenti della band. Le fan più giovani rimasero scioccate quando scoprirono che Alex era già sposato e che stava per avere un bambino dalla moglie. Lo studio di registrazione divenne ben presto zona d’assedio per i fan. I componenti della band furono costretti ad abbandonare le rispettive abitazioni e cambiare casa nel giro di un paio di settimane, in quanto anche queste prese di mira dai fan in cerca di foto e autografi. Alex ed Elizabeth erano ancora al sicuro a casa di lei, dal momento che solo pochi e fidati intimi come Barney sapevano che Elizabeth e Alex vivevano con i genitori di lei. Per uscire, i due avevano imparato a camuffarsi con estrema abilità, tanto che una sera, uscendo, incrociarono lo stesso Albert e non li riconobbe. Speravano di riuscir a mantenere segreto il luogo della loro ubicazione almeno fino alla nascita del piccolo. Elizabeth gioì insieme ad Alex e la band per lo strabiliante successo ottenuto.
“Stiamo già lavorando a del nuovo materiale, così uscirà presto un nuovo album e saremo pronti per la tournée quanto prima, molto prima del previsto”, aveva annunciato Alex alla sua famiglia e alla casa discografica, i cui grandi boss erano immensamente in debito con Marshall per averli scoperti e per aver fiutato l’affare prima degli altri. Alex si rifiutava di andare in tournée con solamente un album. Inutile descrivere il gioioso momento che stava vivendo la band. Una vita dedicata alla musica, la loro unica passione, e finalmente il raggiungimento di un sogno. Questo lo dovevano non solo al loro talento, alla loro passione e alla loro dedizione. Lo dovevano ad Alex. Sì, Alex, che non si era mai arreso di fronte a niente, che non aveva permesso nemmeno agli altri di arrendersi, che col suo grande carisma e il suo infinito entusiasmo da vendere aveva saputo farsi strada tra i tortuosi sentieri dell’industria musicale e conquistare i cuori della gente, dai grandi boss, al pubblico. Il giorni passavano e il brano aumentava esponenzialmente il successo riscosso, tanto che le riviste musicali scrissero che l’uscita del loro album era la più attesa da circa qualche anno. La critica attendeva il disco più del pubblico. La stampa era ansiosa di scoprire se questa carismatica e talentuosa band potesse tener testa alle grandi leggende del rock della vecchia generazione, così come annunciato dal loro singolo di debutto. Alex ci sperava già. Chissà? Magari, un giorno...

Come foglie al vento - Episodio 710 (134/237) di Nunzio Palermo

è presentato da  Come foglie al vento – Episodio 710 Come foglie al vento - 71 Episode 710 Season 4...